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Pianta del museo

Giunti a Firenze nel 1219 al seguito di Fr. Giovanni da Salerno, i domenicani si insediarono nel 1221 nell'antica chiesa di Santa Maria Novella, concessa loro dai canonici della cattedrale. Il forte richiamo esercitato sui fedeli, anche grazie alla predicazione di Fr. Pietro da Verona (1244), indusse presto i frati a progettare l'edificazione di una chiesa più grande. La benedizione della prima pietra fu celebrata nel 1279, ma a quell'epoca la costruzione doveva essere stata avviata da tempo; l'edificio venne terminato nel secolo successivo e consacrato nel 1420. Nel corso del Trecento il complesso conventuale fu gradualmente ampliato grazie alla generosità della Repubblica e delle famiglie fiorentine, i cui stemmi costellano le strutture. Si consolidava, frattanto, il ruolo cardine della comunità domenicana, il cui Studium era divenuto uno dei più prestigiosi del tempo; in seguito, gli appartamenti della foresteria conventuale e l'annessa Cappella dei Papi avrebbero accolto il Concilio di Firenze (1439) e offerto ospitalità alle delegazioni pontificie in visita. Fiorente per tutta l'età moderna, la comunità religiosa subì la soppressione napoleonica e, nuovamente insediatasi, quella del 1866, a cui fece seguito la cessione di una parte del complesso monumentale al Comune di Firenze. Ulteriori passaggi hanno determinato l’odierna ripartizione della gestione del complesso tra diverse istituzioni.

Alla chiesa si accede da una magnifica facciata incrostata di marmi bianchi e verdi, la cui sezione superiore fu completata nel 1470, a spese dei Rucellai, su disegno di Leon Battista Alberti. L'interno, a tre navate scandite da pilastri gotici, era in antico suddiviso da un grande ponte in muratura che separava la chiesa inferiore, destinata ai fedeli, dal presbiterio, riservato ai religiosi. Il tramezzo fu eliminato nel 1565 da Giorgio Vasari nell'ambito del riordino della chiesa e degli altari voluto da Cosimo I. Nonostante questa trasformazione e l’ulteriore ristrutturazione del 1858-60, la basilica conserva ancora molti dei suoi più antichi apparati decorativi e racchiude innumerevoli capolavori. Fra le opere più antiche si segnala la grande Crocedipinta da Giotto, mentre è migrata agli Uffizi la Maestà di Duccio di Buoninsegna.
Nella navata sinistra è visibile la Trinità di Masaccio, la cui impaginazione prospettica rivela affinità con le idee di Filippo Brunelleschi, autore del Crocifisso della Cappella Gondi. Degni di nota sono i dipinti della Cappella Strozzi di Mantova, eseguiti da Nardo e Andrea di Cione detto l'Orcagna, la Lastra tombale di Leonardo Dati, opera di Lorenzo Ghiberti, la Natività di Sandro Botticelli, la Cappella Tornabuoni affrescata da Domenico Ghirlandaio e dalla sua bottega, la Cappella Strozzi di Filippino Lippi e il ciclo di le tele cinquecentesche che ornano gli altari.

Il museo, istituito all’interno del complesso di Santa Maria Novella dal Comune di Firenze all’inizio del secolo scorso, comprende i primi due chiostri dell’antico convento, il Cappellone degli Spagnoli e il vasto ambiente del Refettorio. Il più celebre di questi luoghi è il Chiostro Verde, edificato intorno alla metà del XIV secolo a fianco della navata sinistra della basilica, con la quale comunica tramite una porta preceduta da una scalinata. Deve il suo nome al colore predominante del singolare ciclo pittorico con Storie della Genesi che ne decora tre dei quattro lati, risalente alla prima metà del Quattrocento e comprendente le famose scene del Peccato Originale e del Diluvio Universale dipinte da Paolo Uccello. Un corridoio collega il Chiostro Verde con il Chiostrino dei Morti  che si apre a nord lungo il medesimo fianco della basilica, così detto per la prevalente funzione cimiteriale cui era adibito fin dall’epoca della sua costruzione, tra il XIII e il XIV secolo. Recano memoria della sua antica destinazione d’uso i resti delle pregevoli decorazioni ad affresco delle cappelle sepolcrali che alcune nobili famiglie fiorentine vi avevano eretto nel Trecento e numerose lastre tombali di varie epoche. Sullo stesso lato del Chiostro Verde si affaccia la trecentesca aula capitolare del convento, detta Cappellone degli Spagnoli da quando nel 1566 fu ceduta alla comunità spagnola che vi si era insediata al seguito di Eleonora di Toledo, moglie del duca Cosimo I de’ Medici. Il suggestivo ambiente è interamente decorato da un complesso ciclo di affreschi del pittore Andrea di Bonaiuto (1365-1367) che celebra in chiave allegorica il trionfo della Chiesa cattolica contro l’eresia e la vita attiva e contemplativa dell’ordine domenicano.
Dal Chiostro Verde si accede anche alla cappella della nobile famiglia degli Ubriachi e al contiguo ampio Refettorio  conventuale, dove una spettacolare pittura murale di Alessandro Allori e una grande tela con l’Ultima Cena dello stesso artista (1584-1597) si sovrappongono ai resti dell’originaria decorazione ad affresco della fine del Trecento. I due ambienti ospitano pitture provenienti da diversi luoghi del complesso monumentale, tra cui un raro polittico firmato e datato di Bernardo Daddi, e un’ampia selezione di suppellettili e paramenti liturgici appartenenti all’antico Tesoro della basilica. Tra gli arredi sacri di maggiore pregio si distinguono un paliotto in seta del 1466 con ricami istoriati su disegno di Paolo Schiavo, il seicentesco parato dell’altare di San Tommaso di Canterbury, il Reliquiario del Titolo della Croce di manifattura veneziana, due raffinati busti reliquiari in legno del tardo Trecento e una grande croce processionale in argento e bronzo dorato dell’orafo Francesco Maringhi.

Il chiostro, che in passato faceva parte del convento domenicano di Santa Maria Novella, confina con la navata di sinistra della chiesa con la quale comunica attraverso la porta preceduta da una scalinata che si trova nell’angolo nord-orientale.
Fu edificato tra il 1332 e il 1362, su progetto dei domenicani Giovanni da Campi e Jacopo Talenti. Dei primi anni della sua storia restano poche testimonianze. La decorazione delle volte, con Busti di santi e beati domenicani entro cornici polilobate, risale al XIV secolo, ma è stata completamente ridipinta in epoca recente, salvo che in alcune campate dei lati sud e ovest. Le altre pitture trecentesche giunte fino a noi sono tutte nelle campate settentrionali, ai lati della parete di ingresso del Capitolo o Cappellone degli Spagnoli.
Il chiostro deve la sua notorietà al ciclo di affreschi della prima metà del XV secolo che occupa le pareti dei rimanenti tre lati, comprendente alcune importanti pitture di Paolo Uccello, tra le quali il celebre capolavoro del Diluvio universale.
Il nome con il quale il chiostro è storicamente conosciuto deriva dal colore predominante di questo ciclo, dipinto secondo una particolare tecnica, prevalentemente monocroma, detta “a terra verde”.
Le pitture raffigurano le Storie della Genesi, il primo libro della Bibbia, nell’ordine in cui si presentavano ai frati che accedevano al chiostro dalla chiesa. Il ciclo quindi comincia a fianco della porta che si trova nella campata nord-orientale, con la Creazione, e prosegue lungo i lati est, sud e ovest con le storie dei Progenitori, di Noé, di Abramo, di Isacco e di Giacobbe. Quasi tutti gli affreschi mostrano più scene, generalmente in sequenza, da sinistra a destra.
Si presume che le scene siano in relazione con alcune prerogative dei domenicani, testimoni di fede, come lo furono i protagonisti di queste storie, destinati a pellegrinare tra le città per la predicazione del Vangelo, come i Patriarchi nella terra promessa.
Le numerose pitture che compongono il ciclo sono di autori e periodi diversi. A Paolo Uccello e alla sua bottega si devono quelle delle prime quattro campate del lato est, ispirate ai rilievi della celebre Porta del Paradiso (Battistero di Firenze) e databili tra il 1431 e il 1446. Gli altri affreschi, presumibilmente eseguiti entro il 1430, sono di artisti minori di formazione tardogotica. Si distinguono le storie della prima campata del lato ovest che, secondo un’antica tradizione, sarebbero del pittore Dello Delli.
Nel secolo scorso, per motivi di conservazione, tutti gli affreschi del chiostro vennero staccati, trasferiti su supporti mobili e in seguito ricollocati nelle sedi originarie.
 

Il chiostro trae il suo nome dalla funzione cimiteriale che ha rivestito per secoli; le fonti lo ricordano come Cimitero inferiore o sotterraneo, poiché si trova sotto il livello del transetto della chiesa. È una delle aree più antiche del complesso e secondo la tradizione si organizzò qui il primo nucleo del convento domenicano. Nel 1279 la posa della prima pietra ufficializzò l’avvio del cantiere della basilica e queste volte dovevano essere già erette per sostenere parte del transetto; in attesa del completamento della chiesa, forse le sacre funzioni si svolgevano in questo spazio, che si riempì di sepolture, cappelle e altari provvisori. Il chiostro assunse l'aspetto attuale in seguito all'alluvione del 1333 e alla ricostruzione effettuata verso il 1337-1350 da Fr. Jacopo Talenti. Risalgono agli stessi anni le prime decorazioni a fresco, commissionate a importanti pittori fiorentini dalle famiglie che detenevano il patronato delle cappelle. Solo in parte ci sono giunte, poiché una porzione della struttura antica è stata abbattuta a metà '800 per edificare la piazza della stazione. Con la soppressione del convento e la sua acquisizione da parte del Comune nel 1868, altri interventi concorsero a trasformarne l’aspetto. Gli affreschi, già molto degradati, vennero staccati e restaurati alla metà del '900, ma l’alluvione del 1966 provocò ulteriori danni irreversibili. L’intervento di recupero in corso di svolgimento, iniziato nel 2011 con il consolidamento della decorazione delle volte, ha consentito la riapertura al pubblico del chiostro.

La dedicazione di questo ambiente tramanda forse il ricordo dell’antica Cappella della Vergine che sembra sorgesse fin dal X sec. in questa area dell’originario complesso. La cappella funeraria venne decorata per volontà di Bice Trinciavelli, vedova di Filippo Strozzi, la quale stabilì che ogni anno venisse allestito un pranzo per il convento in occasione della festa dell’Annunciazione. Nel sottarco, assieme agli Evangelisti, sono rappresentati i santi Benedetto e Leonardo, protettori dei nipoti della fondatrice, mentre alle estremità campeggiano gli stemmi Strozzi. L’ambiente è uno dei meglio conservati di tutto il chiostro, sebbene mutilo della parete settentrionale dove si trovava la scena dell’Annunciazione, già illeggibile alla fine del Settecento e forse per questo abbattuta un secolo più tardi. Gli affreschi, di elevata qualità, sono attribuiti ad Andrea Orcagna sulla base del confronto con i resti della decorazione absidale della basilica di Santa Maria Novella, oggi conservati nel museo, all’interno della Cappella degli Ubriachi.

Costruita tra il 1343 e il 1355 dall’architetto Fra Iacopo Talenti, a spese del mercante Buonamico (detto Mico) Guidalotti, l’ampia aula anticamente era la Sala Capitolare del convento di Santa Maria Novella. Prese definitivamente il nome di Cappellone degli Spagnoli nel 1566, quando venne ceduta alla colonia spagnola di Firenze che era solita radunarsi in questo luogo dal tempo in cui Eleonora di Toledo, divenuta moglie del duca Cosimo I de’ Medici (1539), ne aveva ottenuto l’uso per le funzioni religiose dei suoi connazionali.
Risale all’epoca della costruzione la decorazione a rilievo del lato esterno dell’architravedel portale, raffigurante il Martirio di San Pietro da Verona, L’anima del martire accolta in Cielo da Gesù e San Pietro Apostolo e L’arme dei Guidalotti.
Mico Guidalotti, alla sua morte, lasciò anche una somma per dipingere e ornare l’interno del Capitolo che, tuttavia, venne affrescato dal pittore Andrea di Bonaiuto, detto Andrea da Firenze, solo dieci anni più tardi, tra il 1365 e il 1367. E’ possibile, comunque, che altri pittori di formazione fiorentina e senese avessero cominciato a lavorarvi prima che nel 1365 il priore Zanobi Guasconi assegnasse l’incarico al Bonaiuti.
La decorazione si sviluppa dalle vele della volta alle pareti sottostanti, secondo un programma iconografico molto complesso che celebra il ruolo svolto dall’ordine domenicano in seno alla Chiesa. La lettura comincia dalla parete nord (di fronte all’ingresso), prosegue con i lati est e ovest e si conclude con la controfacciata a sud, come suggerisce anche la numerazione dei pannelli dedicati alla descrizione di dettaglio di questi affreschi. Gesù Cristo, che ha redento l’umanità con il Sacrificio della Croce, diffonde la sua dottrina attraverso la Chiesa che trova un fondamentale sostegno nell’attività apostolica e intellettuale dei domenicani. I due campi di attività dell’ordine sono rappresentati, rispettivamente, dalla predicazione per la difesa della vera Fede e dalla speculazione teologica di San Tommaso d’Aquino.
La decorazione della controfacciata andò parzialmente distrutta dopo la cessione del Capitolo alla comunità spagnola, a seguito della realizzazione di una tribuna.
La cappella absidale dietro l’altare in origine era dedicata al Corpus Domini. La sua attuale decorazione risale all’epoca in cui il Capitolo era in uso alla colonia spagnola. Venne eseguita nel 1592 su commissione di quella stessa comunità che ridedicò la cappella a San Jacopo Apostolo, patrono della Spagna.
Il dipinto su tela nella parete di fondo è di Alessandro Allori e raffigura San Jacopo condotto al martirio che guarisce un paralitico.
Del medesimo artista e dei suoi aiuti è anche la decorazione ad affresco delle pareti che rappresenta sei santi spagnoli con sopra scene della loro vita a monocromo: sulla parete di fondo, San Lorenzo e San Domenico; a destra, San Vincenzo Martire e Sant’Isidoro; a sinistra, San Vincenzo Ferreri e Sant’Ermenegildo. Sulla parete di destra i due santi sono ai lati di una scena della Battaglia di Re Ramiro, vinta dagli spagnoli, contro il califfo Abd al-Rahman III, per intercessione di San Jacopo.
La decorazione ad affresco della volta, attribuita a Bernardino Poccetti, mostra agli angoli Scene della vita di San Jacopo e al centro, intorno allo stemma della Spagna, le allegorie della Preghiera, della Religione e dei Quattro continenti.
A questa fase della storia del Capitolo risalgono anche le lastre tombali incassate nel pavimento, tutte di spagnoli vissuti a Firenze, a eccezione di quella più antica di Mico Guidalotti ai piedi dei gradini della cappella absidale.
Il Crocifisso in marmo sull’altare fu eseguito dallo scultore Domenico Pieratti nella prima metà del XVII secolo, ma giunse nel Cappellone degli Spagnoli solo nel 1731, per dono del granduca Giangastone de’ Medici. In origine su questo altare vi era il polittico di Bernardo Daddi che oggi si trova nel museo (Refettorio).

Questo ambiente era in origine una cappella di patronato della famiglia fiorentina degli Ubriachi alla quale si accedeva unicamente dal Chiostro Grande, attraverso la porta a destra dell’attuale ingresso. Costruita tra il quinto e il settimo decennio del XIV secolo, a spese di Baldassarre Ubriachi, era dedicata ai Re Magi e aveva un altare nel vano dell’arco che si apre nella parete orientale. Questo antico patronato è documentato ancora oggi dalle numerose versioni dell’arme della famiglia Ubriachi - un’oca passante con l’ala caricata da una croce - che ricorrono nella lastra tombale al centro del pavimento, sulla parete orientale, sui capitelli dei pilastri angolari e sulla chiave di volta.
Dal 1467 al 1785 la cappella fu sede della Compagnia dei Santi Innocenti e perciò prese il nome di Capitolo del Nocentino. Dal 1983 è adibita a museo e ospita opere d’arte e arredi sacri provenienti da altri spazi del complesso monumentale di Santa Maria Novella.
Le due sinopie staccate di fronte all’ingresso provengono dalla parete orientale del Chiostro Verde. Sono le sinopie dei due affreschi di Paolo Uccello (Pratovecchio 1397 – Firenze 1475), del terzo-quarto decennio del XV secolo, che danno inizio al ciclo delle Storie della Genesi del Chiostro Verde con La creazione degli animali e la creazione di Adamo (registro superiore) e La creazione di Eva e il peccato originale (registro inferiore).
Gli affreschi staccati distribuiti sulle altre pareti, raffiguranti trentacinque Busti di Profeti e Santi e un brano di fascia ornamentale, provengono dai costoloni della volta della Cappella Maggiore della chiesa. Sono gli unici frammenti superstiti delle pitture di Andrea Orcagna (Firenze 1320-1368) e aiuti, di poco precedenti alla metà del XIV secolo, che decoravano la cappella prima che alla fine del Quattrocento Domenico Ghirlandaio e la sua bottega vi dipingessero le Storie della Vergine e di San Giovanni Battista che vediamo ancora oggi. Nelle vetrine è esposta una selezione dei più antichi arredi liturgici della chiesa di Santa Maria Novella.

Questa vasta aula svolgeva anticamente la funzione di Refettorio del convento di Santa Maria Novella. La sua costruzione, attribuita dalle fonti all’architetto Fra Iacopo Talenti, fu terminata tra il 1353 e il 1354.
Delle pitture murali trecentesche restano solo i tre frammenti di decorazione architettonica sotto le finestre e l’affresco al centro della parete di ingresso, attribuito a un allievo di Agnolo Gaddi (Firenze doc. 1369-1396) e raffigurante la Madonna in trono con il Bambino tra due angeli, il Beato Giovanni da Salerno, San Domenico, San Giovanni Battista, San Pietro Martire e un devoto.
In occasione dei lavori di ammodernamento del Refettorio della fine del Cinquecento questa porzione di affresco trecentesco venne occultata con il grande dipinto su tela, con i due lati centinati, che oggi si trova sulla parete contigua, a sinistra dell’ingresso, e così preservata dalla distruzione.
Autore dell’intervento fu il pittore Alessandro Allori (Firenze 1535-1607) che nel 1584 eseguì il dipinto su tela raffigurante L’Ultima Cena e nel 1597 ultimò la decorazione ad affresco della rimanente parete con scene dei miracoli compiuti da Dio per salvare gli Ebrei in fuga dall’Egitto: L’acqua che scaturisce dalla roccia, L’arrivo delle quaglie e La caduta della manna.
La pittura trecentesca rimase nascosta dietro la tela dell’Ultima Cena finché non venne scoperta nel 1808, in occasione delle requisizioni napoleoniche.
Tra la fine del XVI secolo e l’inizio del XVII furono realizzate anche le finestre attuali e l’apertura nella parete di fondo. Il monumentale camino sul lato est risale al 1675.
Dal 1983 il Refettorio è adibito a museo e ospita opere d’arte e arredi sacri provenienti da diverse aree del complesso monumentale di Santa Maria Novella.
Il polittico di fronte alla parete di ingresso anticamente era sull’altare del Capitolo del convento, oggi noto come Cappellone degli Spagnoli. Rara opera firmata e datata di Bernardo Daddi (Firenze doc. 1320-1348), risale al 1344 e raffigura la Madonna in trono con il Bambino tra i Santi Pietro, Giovanni Evangelista, Giovanni Battista e Matteo. La cappella dell’altare del Capitolo in origine era dedicata al Corpus Domini e, pertanto, tutti i cartigli e i libri aperti recano citazioni di Sacre Scritture che alludono all’Eucarestia.
Le due grandi tele sulle pareti dell’ultima campata, entrambe di Ranieri del Pace (Pisa 1681 - Firenze 1737), furono dipinte per la prima cappella del transetto destro della chiesa, già di patronato dei Bardi di Vernio, che all’epoca era dedicata a San Domenico. Vennero rimosse all’inizio del secolo scorso, in occasione del ritrovamento della decorazione trecentesca della cappella. Quella a ovest (destra), firmata e datata 1716, rappresenta il Miracolo del libro di San Domenico salvato dalle fiamme, quella a est (sinistra), San Domenico che resuscita Napoleone Orsini.
Nelle vetrine è esposta una selezione dei manufatti di maggiore pregio storico e artistico dell’antico patrimonio di suppellettili e paramenti liturgici della chiesa Santa Maria Novella.
Tra gli arredi sacri di maggiore pregio si distinguono un paliotto in seta del 1466 con ricami istoriati su disegno di Paolo Schiavo, il seicentesco parato dell’altare di San Tommaso di Canterbury, il Reliquiario del Titolo della Croce di manifattura veneziana, due raffinati busti reliquiari in legno del tardo Trecento e una grande croce processionale in argento e bronzo dorato dell’orafo Francesco Maringhi.

Esposizione del 'paliotto fiorito' nel Museo di Santa Maria Novella
Il Servizio Musei Comunali, in collaborazione con il Servizio Belle Arti e Fabbrica di Palazzo Vecchio e in accordo con il Fondo Edifici di Culto e l’Opera per Santa Maria Novella, ha inteso promuovere un’importante iniziativa di valorizzazione: l’esposizione nel Museo di Santa Maria Novella del cosiddetto 'paliotto fiorito', un preziosissimo tessile realizzato nella prima metà del XVII secolo per l’altare maggiore della basilica domenicana, dove veniva esposto in occasione di particolari festività liturgiche.
Nonostante la straordinaria importanza storica e la sua pregevolezza, l’opera è pressoché sconosciuta al pubblico e agli specialisti: è rimasta infatti a lungo conservata nei depositi della basilica giungendo ai giorni nostri in pessime condizioni conservative. Dopo un lungo e delicato intervento di restauro condotto dal settore tessili dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze (dal 2005 al 2012), il prezioso manufatto viene adesso restituito all’ammirazione del pubblico e degli specialisti, trovando la sua collocazione nel percorso di visita del Museo di Santa Maria Novella.

Il Secondo Chiostro o Chiostro Grande è così denominato per le straordinarie dimensioni dei suoi lati, costituiti da cinquantasei campate a tutto sesto. Fu costruito in un’epoca compresa tra il 1340 e il 1360 con il concorso di diverse eminenti famiglie fiorentine, i cui stemmi si osservano scolpiti sui pilastri del loggiato. Due secoli più tardi altre nobili famiglie contribuirono, assieme al granduca Cosimo I de’ Medici, a decorarne tutte le pareti con un grandioso ciclo di affreschi, dipinto in massima parte tra il 1570 e il 1590 da oltre quindici pittori dell’Accademia fiorentina. Gli affreschi raffigurano le storie di san Domenico e di altri santi domenicani, scene della vita di Cristo e ritratti di illustri esponenti della comunità religiosa di Santa Maria Novella: le dimensioni, il programma iconografico e la chiarezza narrativa delle scene lo rendono uno dei cicli più rappresentativi della Controriforma.
Gli edifici che definiscono il perimetro del Chiostro, alterati nel corso dei secoli, risalgono prevalentemente ai primi decenni del Trecento. Quelli del lato meridionale accoglievano in origine l’Infermeria conventuale con l’annessa Spezieria, la cui attività è oggi perpetuata dalla celebre Officina farmaceutica, che ingloba anche la Cappella di San Niccolò fondata nel 1332 da Dardano Acciaioli. Lungo il lato orientale erano il vasto Refettorio e la contigua Cappella degli Ubriachi o dei Magi, ambienti oggi inclusi nel percorso museale; infine i lati occidentale, settentrionale e parte di quello orientale erano delimitati dai maestosi Dormitori dei frati.

Il Dormitorio del lato settentrionale consente ancora di intuire il grado di magnificenza che caratterizzava in antico questi spazi. Il vano di andamento longitudinale è spartito da due sequenze di slanciati pilastri monolitici che sostengono volte a crociera e creano una suggestiva fuga prospettica. Le superfici murarie dovevano essere prevalentemente dipinte, come attestano i resti di pitture ancora oggi visibili su alcune porzioni delle pareti e sulle volte di due delle campate, decorate con scene cristologiche.

Al piano superiore dei lati occidentale e settentrionale del Chiostro Grande furono edificati, dal secondo decennio del Quattrocento, i cosiddetti appartamenti papali. Il primo nucleo fu predisposto per ricevere Martino V, accolto a Firenze nel 1419 di ritorno da Costanza, dove era stato eletto papa. Successivamente ampliati, nel 1439 gli appartamenti avrebbero ospitato i lavori del Concilio ecumenico per l'unione della Chiesa d'Oriente con quella d'Occidente. La cosiddetta Sala Grande o Salone del Concilio, la cui originaria ubicazione è ancor oggi indicata da una targa epigrafica visibile dal Chiostro Grande, verrà concessa all'inizio del Cinquecento a Leonardo da Vinci per eseguire i cartoni preparatori della pittura con la Battaglia di Anghiari, destinata a decorare una parete del Salone dei Cinquecento in Palazzo Vecchio.

Il Salone del Concilio e gli appartamenti papali vennero smantellati quando nell'ala occidentale del Chiostro fu fondato il Monastero Nuovo o della Santissima Concezione, costruito dal 1563 per eseguire la volontà della duchessa Eleonora di Toledo, consorte di Cosimo I. Si è salvata soltanto la Cappella del Papa, ubicata sul lato settentrionale.

La Cappella era stata predisposta per la solenne entrata in Firenze di papa Leone X de’ Medici, avvenuta il 30 novembre 1515. La decorazione fu affidata a Ridolfo del Ghirlandaio, a cui spetta la scena dell’Incoronazione della Vergine sul lato opposto alla porta. In seguito i lavori furono portati a termine da Jacopo Carucci detto il Pontormo, che realizzò sia le figure di Putti sulla volta a botte, decorata a grottesche da Andrea di Cosimo Feltrini, sia la celeberrima lunetta con la Veronica sulla parete d'ingresso, uno dei brani più straordinari della pittura fiorentina del Cinquecento.

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