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Museo del ciclismo Gino Bartali

Inaugurato nel 2006 grazie alla volontà e all’impegno dei membri dell’Associazione “ Amici del Museo del Ciclismo Gino Bartali”,  nel 2015 in seguito ad un accordo con il Comune di Firenze, è entrato a far parte del circuito dei Musei Civici Fiorentini.
 

La struttura si trova a Ponte a Ema, proprio di fronte alla casa natale del grande campione, nel paese dove aveva iniziato la carriera agonistica. Velocipedi, biciclette, maglie, cimeli, giornali d'epoca, pubblicazioni e filmati documentano la storia del ciclismo, le imprese di Gino Bartali e di altri campioni.
Oltre mille metri quadrati dislocati su tre piani: al piano seminterrato si trova una sala-deposito con diversi esemplari di biciclette, molte delle quali donate da personaggi famosi. Al primo e secondo piano il museo vero e proprio, con l'esposizione di biciclette di varie epoche che testimoniano l'evoluzione tecnica ed altre appartenute ai grandi campioni del ciclismo, compresa una Stucchi perfettamente conservata. Inoltre sono custodite  le maglie dei campioni Gino Bartali, Fausto Coppi, Franco Bitossi, Alfredo Martini e le coppe di Gino Bartali al quale è stata dedicata una intera sala. Nella biblioteca molte le biografie che insieme alle raccolte fotografiche e ai filmati ci fanno rivivere l’atmosfera delle mitiche vittorie dei campioni del passato.

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All’ingresso si trovano alcuni fra i primi esemplari di bicicletta dell’Ottocento. Più avanti, nell’ampia sala elittica, si possono vedere le maglie dei campioni, fra le quali quella di Fausto Coppi indossata nel campionato del mondo in pista del 1949.

Nelle teche i più importanti trofei e oggetti appartenuti a Gino Bartali, come la coppa del Tour del 1948 e quella dell’ultima vittoria del giro di Toscana del 1953, ma anche la sua radio Phonola del 1941.

Poi la bicicletta da pista usata da Bartali per vent’anni e la sua ultima bicicletta da gara utilizzata dal 1950 al 1954. Accanto, la bicicletta del fratello Giulio anch’egli corridore, morto prematuramente in un incidente di gara.

Sulla parete di destra una serie di grandi fotografie testimoniano le imprese del campione toscano e l’eccezionale affetto popolare che lo circondava.

Nella sala vi sono anche biciclette e ingranaggi sperimentali, oltre alla famosa ruota lenticolare di Francesco Moser.

 

Qui è possibile assistere alle proiezioni di alcuni video particolarmente significativi non solo della carriera sportiva di Gino Bartali narrata da Guido Boni, Giovanni Corrieri, Michele Dancelli, Emilio Ciolli, Ettore Milano, Alessandro Paolinelli, Bruno Tognaccini ma anche di altri testimoni di vittorie o “imprese” più recenti come quelle di Bitossi e Chioccioli.

La biblioteca contiene centinaia di volumi, fotografie e una Raccolta di quotidiani d’epoca, sportivi e non, che hanno dato notizia e celebrato tutte le gare e le vittorie del grande campione. Ma, per volontà di Gino Bartali qui sono raccolte le testimonianze di tutto il ciclismo “dopo di lui” e anche di quelli che a fronte di tanto impegno non sono mai arrivati alla ribalta delle cronache nazionali.   

Nel  piano seminterrato del museo è conservata una raccolta di pezzi rari e pregiati di biciclette donati da personalità del ciclismo ma anche dello spettacolo come Gino Latilla e Narciso Parigi.

Nato il 18 luglio 1914 a Ponte a Ema (Firenze), sposato con Adriana, ha avuto tre figli: Andrea, Luigi e Bianca. Terminata la sesta classe elementare fece l’apprendista meccanico. Conobbe così i più affermati corridori dell’epoca appassionandosi al ciclismo e iniziando a correre insieme al fratello, che purtroppo morirà, non ancora ventenne, in un incidente di gara nel 1936. Il fatto provocherà una crisi profonda in Gino che solo due settimane prima aveva trionfato nel Giro d’Italia. Con l’aiuto di Eberardo Pavesi, suo direttore sportivo, Bartali riuscì a superare quel difficile  momento e a fine stagione vinse alla grande il giro di Lombardia.
Seguirono innumerevoli grandi vittorie segnate dalla sua forza, tenacia e coraggio, che lo portarono all’apice della popolarità, diventando un simbolo eroico nell'immaginario italiano (quello delle foto in bianco e nero con la gente che urla ai bordi delle strade mentre Gino scala una delle sue vette in sfida con l’eterno rivale Coppi). Su di lui e sulle sue imprese sono stati scritti molti articoli, libri, ma anche canzoni che insieme ai film hanno raccontato l’atleta e l’uomo entrato ormai nel mito. Un uomo schietto, di grande fede e di gran cuore che univa la semplicità di carattere con il tagliente spirito toscano. Bartali si è spento il 5 maggio 2000. Un’enorme folla giunse da ogni località  a Firenze per rendergli omaggio a testimonianza della sua popolarità “intramontabile” quanto la sua carriera sportiva durata 27 anni, dal 1935 al 1954.

Le vittorie più importanti di Gino Bartali:

2 Tour de France (1938, 1948); 3 Giri d'Italia (1936, 1937, 1946), 4 Milano-Sanremo (1939, 1940, 1947, 1950); 3 Giri di Lombardia (1936, 1939, 1940); 2 Giri di Svizzera (1946, 1947); 4 maglie di campione d'Italia (1935, 1937, 1940, 1952); 5 Giri della Toscana (1939, 1940, 1948, 1950, 1953); 3 Giri del Piemonte (1937, 1939, 1951);
2 campionati di Zurigo (1946, 1948); 2 Giri dell'Emilia (1952, 1953); 2 Giri della Campania (1940, 1945); poi la Coppa Bernocchi (1935), la Tre Valli Varesine (1938), il Giro di Romandia (1949); il Giro dei Paesi Baschi (1935).

Bartali inoltre ha vinto 12 tappe del Tour de France e indossato 20 maglie gialle. Al Giro d’Italia ha vinto 17 tappe e portato 50 volte la maglia rosa. Tra il 1931 e il 1954 corse 988 gare, ne vinse 184, 45 per distacco, ritirandosi 28 volte.

Bartali si distinse, nel corso dell'occupazione tedesca in Italia, per il coraggio dimostrato per salvare dalla deportazione diverse famiglie di ebrei. Nel periodo  tra il settembre 1943 e il giugno 1944 fece parte di una rete di salvataggio i cui leader furono il rabbino di Firenze Nathan Cassuto e l'arcivescovo della città cardinale Elia Angelo Dalla Costa.

Il grande campione toscano, a rischio della propria vita, agiva come corriere dell’organizzazione per aiutare gli ebrei. Con la scusa di allenarsi faceva la spola fra Firenze e Assisi nascondendo carte e documenti falsi nella sua bicicletta. Non amava parlarne e diceva sempre che “il bene si fa ma non si dice e certe medaglie si appendono all’anima, non alla giacca”.

Nel 2006  il Presidente della Repubblica di allora Carlo Azeglio Ciampi ha conferito alla memoria di Gino Bartali la Medaglia d'oro al valore civile. Nel 2013 è stato dichiarato 'Giusto tra le nazioni' dallo Yad Vashem,

il memoriale ufficiale israeliano delle vittime dell'olocausto fondato nel 1953.

 

 

La rivalità fra i due campioni del ciclismo assunse dal 1946 al 1953 risvolti epici, anche internazionali, tanto da dividere l’Italia, nel primo dopoguerra, letteralmente in due fazioni avverse, favorite dallo spiccare dell’una e dell’altra personalità dei due straordinari atleti che scrissero con le loro “battaglie” alcune delle più famose pagine della storia del ciclismo. Bartali solare e schietto, campione contadino, sanguigno, e Fausto Coppi, personaggio tormentato, magro e atletico, attento alla dieta e scientifico nella sua preparazione. Il loro “duello” leggendario, le loro gare, le loro storie e vittorie riempirono per oltre un decennio le cronache sportive e mondane della nazione (anche per le presunte diverse posizioni politiche dei due), contribuendo a rendere il ciclismo uno sport di massa al centro dell'attenzione dei mass-media.

Inizialmente fecero parte della stessa squadra, la Legnano,  poi si separarono gareggiando  per le principali industrie italiane: la Legnano e la Bianchi.

Coppi e Bartali avevano in comune un doloroso ricordo: entrambi avevano perso un fratello per il ciclismo. Giulio Bartali morto giovanissimo nel 1936 per un incidente contro un'auto durante una corsa, mentre Serse Coppi morì nel 1951 per una caduta durante la volata finale al Giro del Piemonte.

Forse anche per questo la loro rivalità fu sempre caratterizzata da un grande rispetto e reciproca stima. Ben rappresenta il loro rapporto  una famosa fotografia, quella del discusso passaggio della borraccia al Tour de France del 1952: un'immagine che è diventata per tutti il simbolo della solidarietà.

Nel 1959, quando Coppi era in declino, Gino Bartali, direttore sportivo della San Pellegrino, lo ingaggiò nella sua squadra, ma Coppi morì subito dopo, ucciso dalla malaria contratta durante un viaggio in Africa.

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